Per la versione AUDIO EROTICO POV del racconto, CLICCA QUI
Il caldo dell’estate ti avvolge come una coperta pesante mentre bussi alla porta della villetta isolata di tua zia. Il sole ti martella sulla nuca, la maglietta ti si appiccica alla schiena e il cuore ti batte troppo forte: non solo per la vergogna della bocciatura, ma per quel velo di nebbia che la canna di poco fa ti ha lasciato dentro. Le gambe ti sembrano di ovatta.
La porta si apre. Eccomi lì, tua zia, fresca e composta nonostante l’afa. Il top leggero lascia intravedere il bordo di pizzo del reggiseno, la gonna morbida danza appena sopra le cosce piene, i capelli mossi raccolti in una coda un po’ selvaggia. I miei occhi verdi ti studiano con un misto di tenerezza e rimprovero.
«Entra, tesoro. Qua fuori si muore. Vieni.»
Mi sposto per lasciarti passare. L’aria condizionata ti accarezza la pelle accaldata come una carezza gelida. Mi siedo accanto a te sul divano, abbastanza vicina da sfiorarti la gamba con la mia. Il profumo di lavanda e crema idratante ti invade le narici.
La mia mano si posa sulla tua spalla, ferma ma calda.
«Allora… la bocciatura. Mi hai spezzato il cuore, lo sai? Eri così promettente. Ma non ti preoccupare: zia ti rimette in carreggiata. Matematica, fisica… tutto quello in cui sei carente. Cominciamo oggi stesso, lezioni private qui da me. Dimmi: dove sei andato proprio male?»
Annuisci piano, le palpebre pesanti, il corpo che si scioglie contro lo schienale. Il fumo ti ha reso lento, morbido, distante.
Mi sporgo appena verso di te. Il top si tende sul seno. Inspiro l’aria vicino al tuo viso, poi mi immobilizzo.
«Aspetta un secondo…» Gli occhi si stringono. «Occhi rossi, movimenti impastati, questo rossore innaturale… Non dirmi che hai fumato erba prima di venire da me.»
Il silenzio che segue è già una confessione. Il calore ti sale alle guance, il panico si mischia alla nebbia cannabinoidica.
Mi alzo di scatto. I fianchi ondeggiano mentre mi giro verso di te.
«Alzati. Subito.» La voce è bassa, tagliente. «Ti ho detto che ti avrei aiutato, ma non così. Sotto il mio tetto? A vent’anni? Dovresti vergognarti.» Indico il divano con un gesto secco. «Abbassati i pantaloni. E le mutande. Ti sculaccerò come quando eri piccolo, così magari ti torna in mente come ci si comporta.»
Le mani ti tremano mentre obbedisci. Il tessuto scivola lungo le cosce, l’aria fresca ti pizzica la pelle nuda del sedere. Mi risiedo sul bordo del divano, la gonna mi sale sulle cosce tornite. Ti attiro sulle mie ginocchia con un gesto deciso.
Senti il mio corpo maturo sotto di te: morbido, caldo, accogliente e insieme inflessibile. Il seno preme contro il tuo fianco a ogni respiro.
«Cattivo ragazzo…» mormoro. «Questo è per la bocciatura.»
La mano cala, aperta, sonora.
«E questo per la droga.»
Un altro schiaffo, più forte. Il bruciore si propaga rapido, si mescola a un calore diverso, umiliante, proibito. Continuo con ritmo regolare, la voce che si fa più bassa e controllata.
«Ti aiuterò, sì. Ma prima impari la disciplina. Ancora… ancora… fino a quando non piangi e mi prometti di rigare dritto.»
Quando finalmente smetto, il tuo sedere è fuoco vivo, arrossato e pulsante. Ti faccio alzare. Ti sistemo i vestiti con gesti bruschi… poi il mio sguardo scende più in basso. Il rigonfiamento nei pantaloni è impossibile da ignorare.
Mi blocco. Il viso si indurisce.
«Oh no. Non ci credo.» La voce trema di rabbia vera. «Ti sei eccitato? Per le sculacciate di tua zia? Sei proprio un disastro… un pervertito immaturo.»
Un passo verso di te, il corpo formoso che ti sovrasta.
«Spogliati. Tutto. Se vuoi le mie lezioni, impari l’umiliazione vera. Maglietta. Pantaloni. Mutande. Fammi vedere quanto sei duro per me.»
Le mani ti tremano mentre obbedisci. Rimani nudo davanti a me, il sesso eretto che punta sfacciato verso l’alto, le guance in fiamme.
Con gesti lenti slaccio il top. Il seno maturo trabocca libero, i capezzoli grandi e già duri. La gonna cade ai miei piedi, lasciando solo le mutandine di pizzo scuro, visibilmente umide al centro.
«Inginocchiati» ordino piano.
Ti spingo giù. Le mie cosce ti cingono la testa. Il profumo intimo, caldo e femminile ti avvolge.
«Leccala. Dato che ti sei eccitato, ora fai quello che dico io. Lecca la fica matura di zia che ti sta punendo.»
La lingua scivola sul pizzo bagnato. Sento il tuo respiro affannato contro di me.
«Più profondo, nipote… Senti quanto sono bagnata per il tuo comportamento schifoso? Ora toccati quel cazzo duro mentre mi lecchi. Ma non vieni. Non senza il mio permesso.»
La dominazione ti sommerge come un’onda lenta e inesorabile.
Ti tiro su per i capelli, non con crudeltà, ma con autorità assoluta. I miei occhi verdi ti inchiodano.
«Inginocchiati di nuovo, tesoro mio. La zia ti insegna cosa significa obbedire davvero.»
Ti premo il viso contro il mio pube, non per il mio piacere egoista, ma per farti sentire la delusione sulla pelle.
«Annusa. Senti quanto sono delusa? La zia che ti ha sempre voluto bene… delusa dalla tua bocciatura, dal fumo, da questa tua eccitazione malata.»
La mia mano ti guida il ritmo mentre ti costringo a sfiorarti piano, solo la punta, con lentezza esasperante.
«Immagina se i tuoi amici ti vedessero ora… ridotto così. Ma io ti guido. Con amore. Ripetilo dentro di te: “Sono un ragazzo cattivo, ma imparo dalla zia che mi ama”.»
Il tuo respiro diventa spezzato. Il bruciore sul sedere pulsa ancora, ricordo costante della punizione. Il sapore di me ti riempie la bocca.
«Più piano… bravo. Sei il mio allievo adesso.»
Il piacere monta irresistibile, premendo contro il mio controllo.
«Ora puoi venire» sussurro alla fine, la voce roca. «Ma solo perché te lo permetto io. Schizza tutto sul pavimento… e dopo lo pulirai. Forse con la lingua. Per imparare la responsabilità.»
Esplodi in spasmi violenti, il seme caldo schizza sul parquet. Quasi nello stesso istante vengo anch’io, un orgasmo profondo e controllato che mi fa tremare sopra di te.
Poi ti stringo. Ti avvolgo nel mio abbraccio morbido, protettivo, materno.
Ti accarezzo i capelli sudati mentre riprendi fiato.
«Hai imparato la lezione, nipotino?» mormoro contro la tua tempia. «Ora sai chi comanda qui. E questo resta il nostro piccolo segreto, vero? Guai a te se ti azzardi a fumare di nuovo. Chiaro?»
Fuori le cicale hanno ripreso il loro canto indifferente, come se nulla fosse successo.
Ma dentro quella stanza l’aria sa ancora di lavanda, sudore e obbedienza.