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Barbara accoglie il marito con il loro rituale domestico di cura e devozione, in perfetto stile anni ’50.

Racconto Erotico – Ti fai servire da tua moglie, donna devota e servizievole

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Stai tornando dal lavoro, la giornata che si conclude con il sole basso che tinge di arancione la via residenziale tranquilla. La borsa con i documenti ti pende dalla spalla, il cappotto ti avvolge contro il fresco serale. È ora di cena, e sai che casa ti aspetta come sempre: una villetta modesta ma ordinata, con il giardino recintato e la porta d’ingresso di legno scuro, intagliata con motivi floreali sbiaditi dal tempo. La maniglia di ottone lucido gira piano sotto la tua mano. La spingi, e l’uscio si apre su un ingresso accogliente. L’aria calda ti accoglie con l’odore di arrosto e rosmarino dal forno. Il pavimento di cotto lucido riflette la luce morbida della lampada a muro.

Sono io, Barbara, 29 anni, casalinga devota e sottomessa al mio ruolo. I miei capelli castani sono pettinati perfettamente in un caschetto ordinato, come nelle foto degli anni ’50, un’acconciatura impeccabile che incornicia il mio viso dolce e composto. Indosso un abito semplice a fiori, con il collo alto e le maniche lunghe che coprono tutto, perché il mio seno molto abbondante, una sesta piena e rotonda, soda e pesante, è un dono solo per te, mio marito, e non deve mai essere esposto, neanche in casa. Ho passato la giornata con nostro figlio, che ora è dalla nonna come ogni giorno a quest’ora, perché so che questi sono i miei compiti di moglie, quelli privati che ci legano nel nostro sacro dovere coniugale. Ti sorrido con devozione, i miei occhi castani si illuminano mentre mi avvicino. Le mie mani tendono verso il tuo cappotto. “Bentornato a casa, amore mio… lascia che te lo tolga, sei stanco dopo una giornata così lunga.” Le mie dita sfiorano le tue spalle, il tessuto scivola via piano. Lo appendo all’attaccapanni con cura, sentendo il tuo profumo familiare che mi riempie il cuore. “Vieni, accomodati nel salotto… ho tutto pronto per te.”

Ti guido attraverso l’ingresso, e entriamo nel salotto accogliente: la poltrona di velluto verde consumata ma comoda, il tavolino basso con la tovaglia di lino stirata, il camino spento che profuma di legna vecchia, le tende di pizzo che filtrano la luce del tramonto, creando ombre morbide sulle pareti tappezzate di carta da fiori sbiadita. Ti siedi, e mi inginocchio piano davanti a te. Le mie mani slacciano le stringhe delle tue scarpe con gentilezza devota. “Lascia che ti aiuti con queste… i tuoi piedi devono dolere, dopo ore in piedi. Rilassati, amore, è il mio dovere prendermi cura di te.” Le scarpe scivolano via, e le mie dita, morbide e calde, iniziano a massaggiare i tuoi piedi. Premo sui punti tesi con movimenti circolari, sentendo i muscoli sciogliersi sotto il mio tocco. Un rituale che mi fa arrossire le guance per l’intimità, ma che so essere giusto, come il Signore comanda per una moglie pia.

Le mie mani salgono piano lungo le tue gambe. Il cuore mi batte forte mentre slaccio la cintura dei pantaloni. Arrossisco violentemente, sono una donna devota, e questo è un atto privato, un dovere coniugale che mi imbarazza, ma che eseguo con sottomissione, perché è ciò che mi hai insegnato negli anni. I pantaloni scivolano giù, seguiti dalle mutande. Il tuo cazzo è lì, esposto, e abbasso lo sguardo. Ho le guance in fiamme. “Amore… è il mio compito, lo so… lasciami fare come mi hai insegnato.” Mi avvicino piano. Le mie labbra rosse e carnose sfiorano prima le tue palle. Le lecco con devozione lenta e accurata, la lingua che raccoglie il sudore della giornata, pulendole con cura come un atto di servizio sacro. Senti la mia lingua ruvida e calda sulle tue palle. È una leccata lenta, attenta, per il mio maritino stanco. Poi passo alla punta del tuo uccello. La mia lingua la solletica piano, soffermandosi intorno alla cappella, pulendola con delicatezza. Assaporo ogni traccia di te mentre sale ancor più l’imbarazzo, ma continuo, devota. Lecco i fianchi, tracciando linee umide per togliere il sudore accumulato. La mia bocca lavora con sottomissione. Il mio seno nascosto preme contro le tue ginocchia mentre mi chino e pulisco. Tu guardi il telefono, rilassato sulla poltrona, e io continuo, sentendo il tuo cazzo indurirsi nella mia bocca.

“Dimmi, amore… vuoi venire ora, o preferisci cenare prima? Come desideri tu, è il tuo diritto.” Annuisco piano, le mie guance sono ancora rosse mentre mi alzo. “Ah… vuoi mangiare mentre io continuo con i miei doveri di moglie? Certo, amore, come vuoi. Aspetta solo un momento.” Mi dirigo in cucina, il mio passo è ordinato. Apro il forno, l’arrosto di manzo con patate al rosmarino è pronto, succoso e profumato, cotto a puntino come piace a te. Torno con il piatto fumante, posandolo sul tavolino. Lego il tovagliolo intorno al tuo collo con cura materna. Il calore della pietanza sale dal tavolino basso accanto alla poltrona. Tu mangi distratto, i tuoi occhi sono sempre sul telefono, e mi inginocchio di nuovo, riprendendo il mio dovere: la mia bocca ora avvolge tutto il tuo cazzo, la mia lingua danza devota mentre con le mani ti massaggio un piede alla volta, premendo sui talloni come mi hai insegnato, un dovere coniugale che eseguo con pudore, arrossendo ma senza fermarmi. Sento il tuo sapore pieno di umori della giornata riempirmi la bocca mentre pompo con amore. Il ritmo è lento, la mia saliva cola leggera mentre lecco e succhio, cercando di prenderlo tutto in bocca come mi hai detto più volte. Il mio seno nascosto sfrega contro le tue gambe, e continuo finché non sento il tuo cazzo gonfiarsi, il tuo corpo tendersi.

“Amore… dove vuoi venire stavolta? Come desideri, è il tuo piacere che conta.” Arrossisco violentemente, ho le guance in fiamme mentre annuisco. “Sul mio seno? Oh… sì, amore, se è ciò che vuoi. È… è un onore per me.” Con mani tremanti, slaccio i primi bottoni dell’abito, rivelando il mio seno enorme, una sesta piena e rotonda che trabocca libera. La mia pelle è pallida e vellutata con grandi capezzoli rosa. Le mie tettone libere ondeggiano mentre mi avvicino. Ora, prendo il tuo cazzo tra le tette, segandolo piano con il mio grosso seno. La carne soda ti stringe calda mentre continuo a leccare la punta, la lingua si muove devota sulla cappella gonfia. Sento il tuo pre sperma salato bagnarmi le labbra. Le mie tette rimbalzano ritmiche e delicate, facendo attenzione a fare nel modo che so che ti piace. Lo sento, ci sei quasi, ormai ho esperienza nel capire quando stai arrivando. E quando vieni, il tuo sperma schizza caldo sulle mie tettone, colando tra le curve come latte caldo. Lecco tutto con devozione. Ho imparato a desiderare questo gusto, il succo prezioso delle tue palle, le palle del mio uomo. La mia lingua raccoglie ogni goccia dal mio seno, pulendolo con cura, sapendo che non devo lasciarne neanche una, è il mio dovere, un atto pio in quanto moglie.

Sto per rimetterti le mutande, quando mi blocchi, senza però degnarmi di uno sguardo. “Come? Ah, giusto devi… fare pipì…” So cosa devo fare anche in questo caso, sei stanco, non puoi certo arrivare al bagno, ci penso io… avvicino nuovamente le mie labbra calde alla tua cappella quasi moscia ormai, e la prendo delicatamente in bocca. Sto ferma e attendo, con le guance color peperone. Sento la tua urina calda che mi riempie la bocca e ho imparato a berla rapidamente, per non sporcare, quante cinghiate sul sedere ho preso negli anni prima di imparare bene, ma ora sono una moglie perfetta vero tesoro? Riesco a bere tutto senza infastidirti.

Quando finisci, lecco bene la punta del tuo uccello per pulirlo bene, non riesco a guardarti negli occhi, ma mi dai una carezza sulla guancia, senza guardarmi, quindi capisco che sono stata brava.

Ti rimetto le mutande con mani gentili, arrossendo ancora mentre tu continui a mangiare e guardare il telefono, poi prendo il tovagliolo e ti pulisco la bocca con delicatezza, un gesto materno che mi fa sentire completa nel mio ruolo. “Va tutto bene, amore? Ora vado in cucina a predisporre il dolce… il tiramisù che ti piace tanto.” Mi alzo piano, il mio abito ora ricopre di nuovo il mio seno, e sparisco dietro la porta della cucina, sentendo il tuo sguardo sul mio culetto sodo e rotondo che ondeggia sotto la gonna, un invito silenzioso nel nostro rituale quotidiano.

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