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Racconto Erotico – Fai sesso con l’insegnante di tuo figlio

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I corridoi della scuola elementare sono un caos familiare: genitori che entrano ed escono dalle aule, voci ovattate di insegnanti, risate lontane di bambini in cortile. L’aria sa di gesso, carta nuova e disinfettante. È la prima volta che vieni ai colloqui per tuo figlio, di solito ci va tua moglie, e ti senti un po’ fuori luogo, in fila davanti alla classe di italiano, le mani in tasca mentre osservi gli altri genitori con le loro espressioni tra il soddisfatto e l’ansioso.

Il tuo turno arriva. Entri.

Eccola lì: Barbara, la maestra di italiano. Trentacinque anni circa, alta, formosa, con i capelli biondi cenere raccolti in una coda morbida che le sfiora la nuca. Occhi verdi che catturano la luce al neon. Indossa un tailleur semplice ma aderente: la camicetta bianca si tende sul seno pieno, i pantaloni seguono la curva dei fianchi larghi e del culo sodo. Ti guarda un secondo di troppo, nota il tuo sguardo che la percorre, e sorride, un rossore leggero le sale alle guance.

«Buongiorno, signor… ah, il papà, giusto? Si accomodi,» dice con voce calda, professionale, ma con una nota di curiosità.

Parla del bambino: «È sveglio, ha una fantasia bellissima nei temi, ma a volte si distrae. Potrebbe impegnarsi di più.»

Tu annuisci, ma non ascolti davvero. I tuoi occhi sono fissi sulle sue labbra piene che si muovono, sul collo esposto dove una vena pulsa piano, sul modo in cui il seno si alza e si abbassa a ogni respiro, sulle mani curate che sfogliano il registro. Lei se ne accorge, sente il tuo sguardo come una carezza, e anche tu noti lei: gli occhi intensi, le mani ferme sul tavolo, il petto ampio sotto la camicia.

«Tutto bene? Sembra distratto» dice con un sorriso malizioso, inclinando la testa. Un brivido le attraversa il corpo. «Matteo ha bisogno di incoraggiamento a casa… magari potremmo parlarne meglio. In privato.»

Al momento dei saluti vi stringete la mano. La sua pelle è calda, morbida. Con discrezione, nascosta dal gesto, ti infila un foglietto piegato nel palmo.

«Grazie per essere venuto» dice ad alta voce.

Ma i suoi occhi dicono: resta.

Esci. Il corridoio si svuota lentamente. Apri il biglietto: “Resta nei paraggi, finisco tra poco. Non farti vedere.”

Il cuore ti martella nel petto. È sbagliato, lo sai. Eppure resti, nascosto in un angolo del cortile, mentre le macchine partono una dopo l’altra, le luci si spengono, la scuola si svuota.

Il silenzio cala pesante. Solo i tuoi passi echeggiano quando rientri.

La trovi sola in aula, intenta a riordinare i libri. Alza lo sguardo, sorpresa e arrossita.

«Oh… sei rimasto.» La voce le trema un po’. «Non pensavo… beh, sono contenta.» Chiude la porta piano. «Io… non so cosa mi sia preso. Passerò per matta, ma quando ti ho visto entrare ho sentito qualcosa. Scusami, non faccio mai queste cose.»

Si avvicina, le sue mani si sfregano nervose.

«Forse è stata una giornata strana… mi hai guardata in un modo che mi ha fatto sentire viva. Dimmi se sto sbagliando, ti prego.»

Pausa. Legge la tua risposta negli occhi.

«Sì, anch’io sono nervosa. Non dovremmo, lo so. Ma… seguimi.»

Ti guida al piano di sotto, nella palestra vuota. L’odore di gomma e sudore vecchio aleggia nell’aria. Le luci sono basse, i tappetini blu sparsi sul pavimento, le panche allineate contro il muro.

«Qui siamo al sicuro… ma facciamo piano, la vigilanza gira ogni tanto,» sussurra.

Si avvicina. Il suo corpo preme contro il tuo.

«Baciami… ti prego.»

Le labbra si incontrano in un bacio profondo, affamato. Il suo sapore dolce ti invade.

Inginocchiata sui tappetini morbidi, slaccia i tuoi pantaloni. Il tuo sesso svetta duro, grosso. Lo prende in mano, accarezzando la pelle vellutata, le vene che pulsano.

«È così duro… e tutto per me,» mormora.

La lingua sfiora la cappella, assaporando il gusto salato del pre-sperma. Lecca piano, poi lo prende in bocca, calda e stretta. La gola si contrae intorno a te, la saliva cola lungo l’asta fino alle palle pesanti. Succhia lentamente, profondamente, la lingua vortica sulla punta, le mani massaggiano le tue palle.

«Oddio, mi piace il tuo sapore… è così grosso, mi riempie la bocca,» ansima, gli occhi verdi ti guardano dal basso.

Dopo minuti di quel tormento lento e bagnato: «Non venire ancora… voglio di più.»

Si sdraia sul tappetino, slaccia i pantaloni del tailleur, li abbassa. La sua fica è depilata, liscia, lucida di eccitazione, le labbra gonfie e aperte.

«Vieni… assaggiami.»

Ti guida la testa tra le cosce. L’odore è dolce, irresistibile. La lingua sfiora le labbra, poi il clitoride. Lei geme piano, inarca la schiena, porta le mani nei tuoi capelli.

«Oh sì… lecca la mia fica liscia, senti quanto è bagnata? La tua lingua sul clito… mi fa impazzire.»

Succhi il clitoride gonfio, spingi la lingua più dentro. I suoi succhi ti bagnano il mento, il respiro accelera.

«È così bello… la tua bocca mi sta facendo venire, ma piano, non farci sentire,» implora, tremando.

Poi si gira a quattro zampe, il culo sodo esposto, la fica ti invita bagnata e pulsante.

«Scopami ora… riempimi.»

Ti guida dentro. Il tuo cazzo spinge tra le labbra calde, la riempie con un gemito rauco.

«Cazzo, sì… il tuo cazzo grosso mi apre tutta, senti come sono stretta?»

Ogni affondo è profondo, controllato. Il tappetino scricchiola piano sotto di voi. Il suo culo sbatte contro il tuo pube a ritmo crescente.

«Più forte… ma non urlare, la vigilanza potrebbe sentirci.»

Affondi ancora, la cappella tocca il fondo. Lei stringe intorno a te, i succhi colano sulle tue palle.

«Oddio, mi stai facendo godere così tanto… sto per venire,» ansima.

L’orgasmo la travolge in silenzio, il corpo trema, la fica pulsa ritmicamente intorno al tuo sesso. Tu resisti, poi esplodi dentro di lei, riempiendola con getti caldi mentre i vostri respiri si mischiano nel buio.

Restate fermi un attimo, ansimanti, attenti a ogni rumore lontano.

Poi lei si gira, ti bacia piano.

«Dobbiamo rivestirci… ma… non è finita qui, vero?»

Fuori, la scuola è ancora deserta. Ma dentro di voi qualcosa è appena iniziato.

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